Compliance d’impresa. Conformarsi alla normativa fa crescere le aziende?

di Sergio Arioli - 04 aprile 2011
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Conformarsi alla normativa costituisce anche uno stimolo ad ottimizzare il proprio assetto organizzativo, procedurale, gestionale e strategico, ma la sofferenza degli imprenditori delle piccole imprese davanti al proliferare di norme che condizionano ormai ogni dettaglio dell’attività non è semplicemente la conseguenza di un deficit culturale o un arroccamento ideologico. Tale sofferenza, o meglio sarebbe dire tale insofferenza, ha una base materiale.

Ho già esposto in un’intervista rilasciata ad AIFIL[IN]FORMA il 30 ottobre 2010 e nell’editoriale Lacci e lacciuoli sulla rivista Neon la mia opinione riguardo alla compliance d’impresa. Ripropongo qui alcuni elementi di riflessione.

Se gettiamo uno sguardo al passato e ricordiamo con obiettività com’eravamo roshe run femmes anche solo un paio di decenni fa ci accorgiamo che la nostra evoluzione, sia nella gestione e organizzazione dell’azienda sia nella qualità di prodotti e servizi, è anche il frutto dello sforzo di conformarci a norme che a prima vista sono sembrate eccessive, insostenibili o addirittura inapplicabili. Basta guardarsi intorno per averne la prova: le aziende che sono cresciute, quelle più affermate sul mercato sono in genere quelle che hanno investito in formazione.

Per esempio, attenerci alle norme sulla sicurezza nei nostri laboratori e nei cantieri (premessa la valenza etica) ha senza dubbio contribuito all’evoluzione della professionalità degli addetti, della qualità dei prodotti e soprattutto dei servizi d’installazione, rimozione e simili. Installare un’insegna lavorando su una comoda piattaforma aerea anziché in equilibrio su una scala, oltre che migliorare la sicurezza, contribuisce sicuramente a migliorare la qualità dell’opera. Altro esempio sono le conseguenze dell’obbligo di marcare CE gli apparecchi d’insegna: chi ha decenni di esperienza professionale alle spalle ricorderà l’approssimazione e la “creatività” di molti cablaggi dei tempi andati.

Tuttavia la particolare sofferenza degli imprenditori delle PMI (Piccole e Medie Imprese) davanti al proliferare di norme che condizionano ormai ogni dettaglio dell’attività non è solo la mera conseguenza di un deficit culturale o un arroccamento ideologico. Tale sofferenza, o meglio sarebbe dire tale insofferenza, ha una base materiale: nelle PMI applicare pienamente le norme a volte è impossibile e i costi sono spesso insostenibili. Installare un’insegna poco più grande di un dipinto da salotto – un lavoro semplice e di poche ore – può comportare un iter burocratico identico a quello necessario per avviare e gestire un grande cantiere edile. La lista degli esempi potrebbe allungarsi all’infinito.

Ciò avviene perché buona parte delle norme sono conseguenti a mediazioni sociali e politiche (ma anche a connubio di interessi) fra le istituzioni e il grande capitale produttivo o finanziario. Si stima vi siano a Bruxelles non meno di 15.000 lobbysti che difendono e promuovono gli interessi delle grandi aziende. Il legislatore deve a volte confrontarsi con scenari davvero drammatici, per esempio lo stillicidio di incidenti gravi nei cantieri edili, ne consegue che le norme e le procedure sulla sicurezza presuppongono e prevedono sovente ambiti ed entità produttive di dimensioni e complessità ben maggiori di quelli che caratterizzano il settore insegne, le cui aziende in Italia occupano mediamente sei addetti.

Il caso delle norme per tutela della privacy è esemplare: a fronte di adempimenti che comportano costi d’esercizio più che impegnativi per una piccola impresa, veniamo subissati da una marea di messaggi (tramite internet, posta, ecc.) e da pratiche commerciali talmente invasive da mettere alla prova anche i più pazienti. Nella mia azienda capita ormai quotidianamente di sentire qualcuno che – esasperato – manda letteralmente a quel paese il “poverino” che a condizioni d’impiego semischiavistiche tenta di attuare l’ultima tattica dell’ultima agenzia di marketing telefonico. Considerando la sottrazione di tempo di lavoro e il nervosismo procurato agli addetti vien voglia di far causa per danni. Già, ma… a chi? La normativa per la difesa della privacy trova la sua ragion d’essere soprattutto quando si riferisce alle pratiche delle grandi entità pubbliche o imprenditoriali private mentre risulta spesso ridicola nel concreto delle piccole imprese. Ne consegue che agli adempimenti formali non sempre segue una conformità effettiva.

Ritornando al tema iniziale: se conformarsi rappresenta, anche nelle PMI, oltre che un obbligo l’opportunità di migliorare il controllo e la gestione del rischio aziendale e ottimizzare l’assetto organizzativo, procedurale, gestionale e strategico dell’azienda, non possiamo però rinunciare a chiedere un sistema normativo modulare che da una parte sia adeguato alla realtà delle grandi aziende, roshe run flywire dall’altro sia effettivamente applicabile anche nelle piccole medie imprese.

Ecco l’importanza dell’associazione di settore, la quale non può certo porsi il compito di rovesciare le linee di tendenza generali che tendono a subordinare tutto il sistema socio-economico agli interessi del grande capitale. Possiamo però cercare di intervenire presso il legislatore per ottenere migliori condizioni. I casi di successo nella storia di AIFIL sono molti.

Sull’argomento invito a leggere su AIFIL[IN]FORMA l’interessante articolo di Elena Zanconti: “Compliance normativa: gli adempimenti privacy. La scadenza del 31 marzo 2011”.

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