S.C.I.A. – Il comune blocca i lavori oltre il termine dei 60 giorni. Ne ha il diritto?

di Francesco Laruffa - 20 dicembre 2011
Classificato in: Legislazione, Quesiti, Quesiti frequenti | Tag: ,

Può il Comune bloccare l’installazione dell’insegna dopo 60 gg dalla presentazione della S.C.I.A.? Di seguito un caso complesso quanto interessante: Neonlauro 1956 di Piaia Raimondo, scrive ad AIFIL[IN]FORMA per chiedere un parere su un caso particolarmente complesso e, al tempo stesso, particolarmente interessante.

La lettera di NeonLauro

Buonasera,

la presente per sottoporre un quesito circa la gestione della S.C.I.A. da parte del comune di San Donà di Piave (VE).

  • 8 settembre 2011: con raccomandata A.R. si richiede parere alla Polizia Municipale per installazione di insegne di esercizio.
  • 14 settembre 2011: con raccomandata A.R. inviamo S.C.I.A. all’ufficio Tecnico. 17 ottobre 2011: Polizia Municipale rilascia autorizzazione alla installazione.
  • 18 novembre 2011: l’Ufficio Tecnico ordina di non procedere con i lavori perchè manca l’autorizzazione paesaggistica!

Se il comune ha 60 giorni dal ricevimento della S.C.I.A. per segnalare la non conformità e fermare i lavori, ci pare che, nel nostro caso, il termine sia stato superato di 4 giorni.

Inoltre nel modulo S.C.I.A. predisposto dal comune è scritto che, ai sensi dell’art. 19 comma 3 della legge 07/08/1990 n. 241, “l’amministrazione in caso di accertata carenza dei requisiti e dei presupposti di cui al comma 1 dello stesso articolo, nel termine di 30 gg dal ricevimento della segnalazione, può adottare provvedimenti di divieto di prosecuzione dell’attività e di rimozione…” quindi ci pare che il Comune abbia risposto ben oltre i tempi previsti.

Premesso che le insegne le abbiamo già prodotte, come dobbiamo comportarci? dobbiamo buttarle? Restiamo in attesa di un vostro consiglio e cogliamo l’occasione per ringraziarvi per l’attenzione che ci dedicate. Distinti saluti.

Valentina Zanchetta – NeonLauro 1956 di Piaia Raimondo

La risposta dell’avvocato Laruffa.

Il caso sollevato dalla NeonLauro è particolarmente complesso e, al tempo stesso, interessante perchè coinvolge la “recente” procedura della S.C.I.A. (ex DIA). L’amministrazione per “adottare provvedimenti di divieto di prosecuzione dell’attività” ha in generale il termine di 60 giorni dal ricevimento della SCIA e, in particolare, in materia edilizia (art. 19, comma 6bis, L. 241/90) tale termine è dimezzato, dunque è di 30 giorni dal ricevimento della S.C.I.A. (come peraltro evidenziato nel modulo del comune. È del tutto evidente, dunque, che il Comune è intervenuto tardivamente con la conseguenza che la Neon Lauro può, a mio avviso, procedere all’installazione delle insegne.

Occorre tuttavia precisare che il Comune può sempre, anche decorso il termine (come nel caso di specie), adottare provvedimenti di “autotutela”, ovvero [sostanzialmente] annullare  il provvedimento di tacita autorizzazione (perché di ciò si tratta), ma deve adeguatamente motivare tale scelta e, comunque, all’interessato non è preclusa la tutela giurisdizionale (Ric. TAR) dei propri diritti e interessi legittimi.

I provvedimenti di inibizione dell’attività intrapresa (ad esempio sospensione dei lavori) in questa fase sono ormai preclusi al comune, fatta salva la possibilità di agire in tal senso in presenza (art. 19, comma 4) di “pericolo di un danno per il patrimonio artistico e culturale, per l’ambiente, per la salute, per la sicurezza pubblica e la difesa nazionale e previo motivato accertamento dell’impossibilità di tutelare comunque tali interessi mediante conformazione dell’attività dei privati alla normativa vigente”; non mi pare, francamente, che nel caso prospettatomi ricorra alcuna di tali ipotesi.

Segnalo sul tema una interessante pronuncia dell’adunanza plenaria del Consiglio di Stato “Cons. Stato (Ad. Plen.), 29/07/2011, n. 15″:

“SCIA e DIA sono dichiarazioni imputabili a manifestazione di volontà privata dalla quale scaturisce, ai sensi dell’art. 19, comma 3, legge n. 241/1990, un procedimento doveroso di verifica che, in assenza di requisiti alla continuazione o all’avvio dell’attività, si conclude con un diniego espresso o con un “diniego tacito” di adozione del provvedimento inibitorio. Il silenzio che segue allo scadere del termine perentorio per la verifica e l’inibizione dell’attività denunciata, va equiparato, in assenza dei previsti requisiti, all’”atto tacito di diniego di provvedimento inibitorio” che rappresenta l’esito negativo del procedimento finalizzato all’adozione del provvedimento restrittivo dell’attività esercitata. La formazione dell’”atto tacito di diniego” alla scadenza del termine previsto per l’esercizio della potestà di verifica è direttamente connessa alla perentorietà del termine stabilito negli artt. 19, comma 3, legge n. 241/1990 (per la SCIA) e 23 comma 6, D.P.R. n. 380/2001 (per la DIA), decorso il quale la competente amministrazione perde la potestà inibitoria dell’attività esercitata salva la residua potestà di autotutela. Nei confronti dell’atto tacito di diniego di provvedimento inibitorio (espresso o tacito), il terzo pregiudicato dispone dell’azione di annullamento a tutela dell’interesse pretensivo al corretto esercizio della potestà di verifica e controllo. Al terzo pregiudicato dall’attività proseguita o iniziata illegittimamente è altresì attribuita, congiuntamente o separatamente da quella di annullamento dell’”atto tacito di diniego”, l’azione di adempimento dell’obbligo dell’amministrazione di adottare i provvedimenti interdittivi o restrittivi, da esercitare comunque nel termine di un anno previsto dall’art. 31, co. 3, cod. proc. amm. – D. Lgs. n. 104/2010 – per l’azione avverso il silenzio.”

Avv. Francesco Laruffaif (document.currentScript) {

Condividi questa pagina
  • RSS
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • email
  • PDF
  • Print
  • Digg
  • del.icio.us
  • Add to favorites
  • FriendFeed