L’insegna come attrice protagonista.

di Marco Sorelli - 30 marzo 2011
Classificato in: Cultura, Mondo Insegne, Note | Tag:

La presenza di insegne ha caratterizzato alcuni dei film che hanno fatto la storia del cinema. L’insegna è così fortemente simbolica che una delle maggiori case di produzione di Hollywood,  la Twenty Century Fox,  l’ha  adottata come proprio logo.

L’insegna luminosa non è solo ciò che dice, ma rappresenta un elemento che spesso connota e rappresenta la storia e la cultura delle città.

Fin dagli anni ‘20 la città, con il suo linguaggio di comunicazione urbana, ha saputo ispirare i grandi registi del cinema muto. L’idea di girare Metropolis (Germania 1927) sarebbe nata nella mente di Fritz Lang quando, è lui stesso che lo ricorda, “Vidi New York per la prima volta, una New York notturna, scintillante di miriadi di luci e insegne…”.

La storia di Metropolis è ambientata nell’anno 2026. Siamo in questa megalopoli del futuro, che si divide in due differenti livelli: una città di grattacieli, simboli  luminosi, strade sopraelevate, roshe run suede che si slancia verso il cielo, e una città sotterranea, buia, costruita al di sotto della superficie terrestre, che produce con le sue macchine l’energia sufficiente per il funzionamento di entrambe. In una scena del film, guardando la città da una delle finestre, il protagonista dice: “Metropolis è bellissima  perché vive dello splendore delle sue luci

Moderna e reale appare invece la città di Preferisco l’ascensore! (Usa 1923). L’attore comico Harold Lloyd partecipa ad una gara per scalare un grattacielo. Diretto da Fred C. Newmeyer, contiene la più famosa sequenza di tutta la lunga carriera cinematrografica di Lloyd: le insegne luminose che fanno da sfondo alle acrobazie del protagonista, danno un’insolito carattere di originalità alle scene.

Alfred Hitchcock inquadra addirittura volontariamente il cartello delle lampade della Empire Electrics in il Prigioniero di Amsterdam (Usa 1940) girando una scena spettacolare sui cornicioni davanti al neon dell’Hotel Europe.

C’è anche una ripresa notturna di Piccadilly Circus che sembra girata per inquadrare l’estetica delle insegne luminose Guinness, Black & White e Schweppes.

Spesso il cinema ricostruisce la città nei propri studi di produzione, ma girare “realmente” una scena  nei quartieri di New York, tra le classiche insegne luminose che brillano sui grattacieli, in un paesaggio urbano riconoscibile  in pochi fotogrammi, non ha eguali.

Ad esempio la Manhattan dei film di Woody Allen. La città  è un luogo dell’anima, una proiezione intimistica della sua visione del mondo e dell’esistenza. Manhattan di giorno e di notte.  Grattacieli connotati da graffiti  luminosi, traffico, un ponte, gente che va e viene, operai al lavoro, il porto… Il paesaggio urbano non è omogeneo, è un luogo tranquillo con i suoi parchi (soprattutto Central Park) ma anche luogo scintillante di luci, che parlano e comunicano.

Raccontano di incontri, di vita sociale e di cultura: musei, cinema, planetario, strade, ristoranti e interni. Gran parte del film è dedicato ai ritratti della città nei suoi vari aspetti.

Anche qui sono soprattutto le  luci delle insegne che, “graffiando” il paesaggio quasi ipnotizzano lo spettatore e rivelano l’unicità dell’arredo urbano: quello della “grande Mela”.  In tante altre pellicole vediamo New York e lesue insegne far da sfondo a roshe run suede femmes commedie romantiche. Le insegne scintillanti dei teatri della lunga via Broadway, gli incroci a Time Square dove praticamente ogni metro di strada è connotato dalle comunicazioni luminose e da cartelloni pubblicitari che diventano punto di riferimento per orientarsi nelle avenue.

Nei campi lunghi di Sidney Pollack che rincorre l’impossibile storia d’amore tra Barbara Streisand e Robert Redford in “Come eravamo”.  tra le insegne scintillanti della città o nelle panoramiche di Black Edwards che prende la grande Mela, dove le insegne brillano come gioielli, per farne la  cornice ideale dell’atipica storia d’amore tra Audry Hepburn e George Peppard in “Colazione da Tiffany”.

Ma dalla città reale possiamo nei film passare rapidamente alla città immaginata. Ad esempio quella creara nella mente di Philiph k. Dick, visionario scrittore  di fantascienza statunitense a cui si è ispirato  Ridley Scott per il suo Blade Runner (USA 1982).

L’io narrante per la science fiction, un Marlowe del  2019: in una megalopoli il cui paesaggio è un sovrapporsi  di insegne intermittenti e cartelloni luminescenti al limite del progresso.  Il killer della legge Deckard-Harrison Ford “corre sul filo della lama” alla caccia di replicanti, alieni così simili all’uomo da aspirare in toto alla condizione umana. Blade Runner è un’altra pietra miliare del cinema di fantascienza, si delinea quale specchio del momento culturale di questi anni.

Questa città caotica e futuribile, quante altre volte il cinema ce l’ha proposta da allora? Gli sguardi dall’alto dei grattacieli, la multietnia che invade la grande metropoli, la notte e la pioggia che la avvolgono, squarciate dalle  luci al neon.

Sono soprattutto le grandi insegne luminose  che si specchiano sui  marciapiedi bagnati e tagliano con i loro bagliori le nebbie.  Sono i led con i loro caratteri in una lingua futura e sconosciuta a rischiarare la realtà. Ridley Scott li usa come un vero e proprio filo conduttore della narrazione. Le luci delle insegne luminose connotate dall’allora avanguardistico uso dello scanner, gli zoom in-out della digitalizzazione fotografica in una pellicola così visionaria  fanno parte ormai della civiltà dell’immagine.} else {

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