Quattro passi a Palermo, tra mercati, bancarelle e vecchie insegne a rischio estinzione…

di Redazione AIFIL[IN]FORMA - 04 ottobre 2011
Classificato in: Cultura, Mondo Insegne, Reportage | Tag:

Continuiamo il nostro viaggio tra le insegne dei centri storici Italiani, con una puntatina a Palermo, dove ancora si respira la tradizione insegnistica di una città votata al commercio e al melting pot culturale.

Quella delle insegne della città di Palermo è una tradizione antichissima di cui, fortunatamente, riusciamo ancora a scorgerne le vestigia. Anticamente, a Palermo, per segnalare le attività di bottega, si usavano disegnare gli usci delle porte: chi vendeva l’olio era contraddistinto dal disegno di un torchio, lo spezierie da quello di un serpente attorcigliato al caduceo e i barbieri, più semplicemente, dalle gelosie dipinte di verde. Altra tradizione in uso era quella di esporre fuori dalla bottega la merce che si “spacciava”. Ecco allora che, camminando per le strade ci si poteva imbattere in coccodrilli impagliati davanti alle drogherie, mortai davanti alle spezierie, catinelle di rame giallo per fare la barba appese sulle porte dei barbieri, ramoscelli d’alloro davanti alle taverne, forme per le scarpe in bella mostra, davanti ai calzolai, fascine sull’uscio dei carbonai… Una tradizione che rieccheggia in sordina ancora oggi, ad esempio in questa insegna di un’associazione di percussionisti, vicino alla via Vittorio Emanuele, sulla quale – guarda caso- sono appesi tamburi.

Tra le insegne della tradizione, spiccavano fra tutte quelle realizzate in pietra e in legno, tabelle dipinte disegnate da veri e propri artisti, che nel tempo, una volta compromessa la leggibilità, ci ridipingevano semplicemente sopra senza alterarne l’originalità. Uno degli esempi più vivi di questa tradizione sono le tabelle pubblicitarie dell’”Opra di li pupi”, alcune delle quali esistono ancora oggi, esposte proprio davanti al teatro della rappresentazione per informare il pubblico sulla storia che verrà raccontata e sugli orari delle rappresentazioni.

Un’altra tradizione molto simile che resiste ancora oggi, e che si avvale di insegnistica  prettamente “manuale” ma di grande effetto, è quella dei cantastorie (chiamati anticamente circulatores perché la gente si disponeva in cerchio intorno a loro per ascoltarli) che giravano per tutta la Sicilia cantando delle storie in versi che raccontavano la vita e i miracoli di una santa o di un santo, o declamavano le caratteristiche di un prodotto da vendere. Il tutto, esponendo davanti a sé una specie di armadio portatile in legno che veniva aperto al cambiare di ogni scena per supportare con le immagini l’andamento della storia o per esporre le qualità miracolose di un farmaco prodigioso: una sorta di reclame ante litteram, un carosello dal vivo al quale grandi e piccini assistevano come incantati. Una pubblicità “portatile” i cui esiti dipendevano in parte dalle capacità affabulatorie dell’oratore di strada e in parte dalla qualità e dall’immediatezza degli “affreschi” portatili.

Una tradizione che rieccheggia anche ai giorni nostri in insegne mobili come questa fotografata sempre lungo via Vittorio Emanuele, che richiama gli avventori di strada ad acquistare imprecisate – ma senza dubbio succulente- “ghiottonerie da banco”.

Tornando alla Palermo dei giorni nostri, dove resistono ancora tracce di questo glorioso passato? E come convivono con le nuove insegne che, facendo sfoggio di luci e colori, sembrano ribadire l’arretratezza delle loro più antiche compari?

Passeggiando per Palermo, oltre ad essere colpiti dal susseguirsi inesorabile dei diversi stili architettonici che ne segnano la storia, si rimane affascinati dalle insegne storiche rimaste in quello che era il vero regno del commercio: i mercati.

Parliamo di Vucirrìa, Capo, Ballarò: i mercati di Palermo, un tempo cuore pulsante della città, che oggi sembrano un po’ appannati. Sarà forse il degrado dei palazzi circostanti che li accomuna, la difficoltà per raggiungerli se non che a piedi, la scarsa illuminazione che li contraddistingue; o forse è semplicemente la nostalgia del tempo che fu. Cosa ci rimane di quel tempo, a parte le “abbanniate” dei venditori, cioè le urla per decantare la propria mercanzia? E soprattutto, quanto tempo ancora resisteranno le antiche insegne che hanno dato da vivere a intere famiglie di “bottegai”?

Per fortuna qualche insegna storica si trova ancora, come quella del sig.Gaetano Cambria a Vucirrìa (il mercato del pesce, della carne e delle verdure): un mestiere, quello dell’arrotino, ereditato dal padre che aprì l’attività nel 1927, nei tempi in cui la Vucirrìa era ancora come nello splendido quadro che ne fece il pittore Renato Guttuso nel 1974 (intitolato La Vucirria), prendendo schizzi dalla balconata della Trattoria Shangai.

L’insegna degli arrotini Cambria è una delle rare destinate a resistere: la grande mola, che arrota le lame dei pescivendoli, dei macellai ( a cui si deve il nome del mercato Vucirrìa che deriva dal francese boucherie-macelleria) e dei ristoratori della zona, sarà infatti affidata al figlio di Cambria, che proseguirà la tradizione di famiglia.

Un’altra insegna che ha resistito all’usura del tempo è quella della Taverna Azzurra (chiamata così da tutti per via del colore dell’uscio, anche se in realtà si chiama Maggiore), un’enoteca a prezzi popolari dove i giovani festeggiano la chiusura della giornata, ritrovandosi insieme a bere qualcosa. Un finale di giornata che per i bottegai del mercato dura davvero poco, perché le bancarelle chiudono la sera tardi e riaprono all’alba, lasciando i banchi perennemente bagnati. Da qui, un famoso detto di Palermo, utilizzato per indicare un’ipotesi lontanissima…“Quannu s’asciucano i balate a Vucciria”, cioè quando si asciugheranno i banchi della Vucciria.

Anche al mercato di Capo, il cui ingresso è segnato dalla porta Carini, oltre a venir colpiti dai colori squillanti della mercanzia esposta, si può imbattere ancora in antiche insegne, come quella del panificio S.Morello, riconoscibile da una bellissima illustrazione art decò, o quelle delle varie attività commerciali, dai panifici ai “sanitari”, rimaste immutate nel tempo mentre tutto, intorno, sembra decadere.

Ecco, decadenza è la parola che viene più spesso in mente camminando tra i dedali dei mercati, soprattutto di sera, quando i bottegai si sono ritirati: tra la scarsa illuminazione notturna e fili elettrici a cielo aperto, l’impressione è quella di una città abbandonata a se stessa.

Un vero peccato se così fosse! Dopo questo breve itinerario fra le insegne di Palermo, il nostro augurio per questa splendida città e i suoi mercati, amatissimi dai palermitani e dai turisti, è che insieme allo spirito di un tempo, i colori forti, i sapori, si riesca a preservare dalla rovina l’apparato architettonico in cui ora negozi e botteghe sembrano sopravvivere.

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